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“Prugnole” piccole ma potenti perle dei campi anche contro il tumore!

“Prugnole” piccole ma potenti perle dei campi anche contro il tumore!

Il frutto che presento oggi è abbastanza particolare e fa parte del lungo elenco di erbe e frutti poco conosciuti o totalmente assenti nella cultura enogastronomica friulana. Non per questo, come per altre raccolte interessanti, non significa che non sia degno della nostra attenzione. Queste magnifiche palline viola-blu, meravigliosamente pruinate, ricordano per il colore e per il nome le più note “prugne” con le quali condividono sia il colore che la radice del nome.

Secondo alcuni, la nostra prugna è il risultato dell’incrocio tra questa pianta e una specie dell’amolo, altro arbusto molto più presente nelle nostre campagne.

Essendo molto belle, da sempre le ho notate nel verde dei cespugli che separavano le proprietà nei campi ma in verità rinvenirle non era cosa frequente. Per anni le ho confuse inoltre con le bacche del “biancospino” perché i fiori sono praticamente identici e anche le prugnole sono un arbusto ricco di spine, da cui, appunto, il malinteso. Non mi sono mai arrischiato ad assaggiarle perché sia mia nonna che mia mamma su questo mi hanno istruito in modo chiaro: “mai mangiare quello che non si conosce”. L’imperativo era ferreo e così da sempre ho ammirato la bellezza di queste bellissime bacche ma le ho rispettate con deferenza e mai me ne sono interessato più di tanto.

Alcuni anni or sono, però questi piccoli frutti sono assurti all’onore della cronaca: si è scoperto infatti che essi fanno molto bene alla salute al punto da contenere dei composti nientemeno che antitumorali! A questa notizia quindi il mio interesse sulle preziose bacche si è risvegliato e, pur essendo praticamente scomparse da tutte le campagne friulane, fortuna vuole che esse siano ancora miracolosamente sopravvissute in alcune siepi protettive dello stradone Manin, proprio dietro la grande villa. Quest’anno la siccità ha compromesso purtroppo il raccolto e anche le piante versano in condizioni critiche, però il caso ha voluto che riuscissi a fare una inattesa raccolta di queste bacche durante una passeggiata sull’appennino romagnolo, sopra Cattolica, in località Monte-Colombo. In quei luoghi ameni, le siepi di prugnolo sono molto più abbondanti che da noi e gli arbusti, più solidi e curati, danno bacche molto più carnose e grandi di quelle che ho raccolto negli anni scorsi qui a Codroipo. Anche il sapore era leggermente migliore: sempre molto acido ma la maggiore quantità di polpa regalava prime note dolci e maggiori profumi. In ogni caso la degustazione diretta di questo frutto è molto deludente per non dire che sono quasi immangiabili, come per i cornioli, i corbezzoli e per altri frutti di cui vi ho parlato in passato. Ricordando però che il corniolo in particolare è molto aspro e astringente se degustato dalla pianta ma diventa dolce e profumato se raccolto a terra o quando cade “al tocco”, ho raccolto una bella manciata di queste prugnole e le ho lasciate in macchina per tutto il giorno. Al rientro, distrattamente, ho aperto il sacchettino e con mio disappunto queste prugnole si erano praticamente sfaldate. Probabilmente il calore eccessivo nell’abitacolo gli ha dato una sorta di “cottura”. Stavo per buttare quelle bacche ormai marroni e informi che poco ricordavano le bellissime palline blu-viola, quando una vocina mi disse di fermarmi. “se funziona con cornioli e corbezzoli, perché non con queste?” pensai…si procedette quindi all’assaggio. Ebbene, positivo! non so se sia il processo enzimatico di maturazione o una sorta di cottura che le ha trasformate in “confettura” (essendo molto piccole le temperature dentro la macchina parcheggiata per alcune ore durante le soste per il pranzo e altro, devono averne conferito qualche sorta di trattamento termico da indagare) in ogni caso la degustazione ha regalato un sapore ottimo: dolce e aromatico, vicino a quello della confettura di prugne! Ogni traccia di acidità era scomparsa e non legavano più i denti.

In verità alcuni anni orsono avevo provato ad attendere una maturazione dopo raccolta anche con quelle di Codroipo, però avevo fatto l’errore di metterle a “maturare” in frigorifero; ciò le aveva disidratate e il sapore che ne rimaneva era poca cosa: ancora un po’ acido e tannico e poco dolce. In verità quelle codroipesi, ripeto, erano più piccole e scarne di quelle romagnole. Penso dipenda dal tipo di terreno e da una maggior freschezza della zona dove le ho trovate quest’anno.

Ma vediamo qualche dettaglio di questo arbusto dai magnifici e ottimi frutti quindi: si tratta di un arbusto spontaneo della famiglia delle Rosaceae e del genere Prunus. viene chiamato anche prugno spinoso, brugnui in friulano, strozzapreti, trigno in Molise o semplicemente prugnolo. I fiori, numerosissimi e bianchissimi, compaiono in marzo o all’inizio di aprile e ricoprono completamente le branche. Da questo, unito alla presenza abbondante di spine, la confusione di cui sopra col biancospino. Produce frutti tondi di colore blu-viola, la maturazione dei frutti si completa di solito in settembre -ottobre ma dati i cambiamenti climatici, essa avviene ormai a fine agosto. Sono delle drupe ricoperte da un patina detta pruina, presente anche su prugne e uva. È un arbusto resistente al freddo, si adatta a diversi suoli. il prugnolo è una pianta spinosa spontanea dell’Europa, Asia, e Africa settentrionale; cresce ai margini dei boschi e dei sentieri, in luoghi soleggiati. Forma macchie spinose impenetrabili che forniscono protezione agli uccelli ed altri animali e per questo sopravvive proprio nei boschetti interpoderali o in altre siepi mentre è praticamente scomparso nelle nostre zone a livello spontaneo.

I frutti, possono essere usati per fare marmellate, confetture, salse, gelatine e sciroppi anche se la loro dimensione e il grande nocciolo impongono una pazienza certosina per ottenere le confetture. I frutti contengono molta vitamina C, tannino e acidi organici. Anche i fiori sono commestibili (tra i fiori eduli), possono essere usati in insalate o altri piatti.

Le bacche rimangono a lungo attaccate ai rami e la pianta talvolta può essere usata come arbusto ornamentale in giardini e parchi.

Le prugnole sono utilizzate in alcuni paesi per produrre bevande alcoliche: in Inghilterra lo sloe gin, in Navarra, Spagna, il Pacharán, in Francia la “prunelle”, in Giappone l’umeshu e anche in Italia centrale si produce un liquore detto “bargnolino” o “prunella”, che eccheggia il nome del preparato francese.

Il prugno spinoso è usato come purgante, diuretico e depurativo del sangue, per erba medicinale ed erba officinale. I principi attivi contenuti nei fiori sono cumarine, flavone e glucosidi dell’acido cianidrico. Usi del passato: In caso di raffreddore si beveva vino nel quale erano posti i frutti in decozione; il decotto degli stessi frutti con il miele giovava alla tosse, mentre quello della corteccia era considerato febbrifugo. Dei frutti, freschi o secchi, sono note le proprietà astringenti, e ben maturi aromatizzavano il vino e fornivano, come visto, liquori.

Dalla corteccia si può estrarre un colorante rosso utilizzato in passato per tingere, e dalle foglie essiccate un surrogato del tabacco. Sebastian Kneipp, noto parroco tedesco inventore del metodo Kneipp, ha definito i fiori del prugnolo selvatico «il lassativo più innocuo che non dovrebbe mancare in nessuna farmacia domestica». Le gemme di Prunus spinosa hanno dimostrato clinicamente di possedere importanti ed interessanti proprietà terapeutiche. Esse riattivano l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e stimolano il sistema immunitario.

“Stimola il sistema immunitario quando questo ha subito mortificazioni da inquinamento ambientale, chimico, farmacologico, batterico e virale, consentendo di abbreviare il periodo di convalescenza dopo malattie polmonari.” F. Piterà (Compendio di Gemmoterapia Clinica – Ed. De Ferrari, Genova).

Il legno, come quello di molti alberi da frutto è un apprezzato combustibile, è duro e resistente, e può essere lucidato. Se di piccole dimensioni viene usato per attrezzi agricoli, intarsi e bastoni da passeggio. Ma l’effetto più clamoroso di questa pianta è, come accennato, la proprietà antitumorale verificata e testata in abbinamento con altre sostanze che pare consentire la riduzione di tumori al colon del 78% in soltanto 24 ore! veramente fantastico, un regalo dal mondo della natura che non finirà mai di stupirci e di ricompensare chi ha cura di studiarlo e di preservarlo.

Per approfondimenti eccovi un link sul prodotto specifico:

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