E dopo un anno siamo ancora a “OLIO SASSO”!

E dopo un anno siamo ancora a “OLIO SASSO”!

Chi non è di Concordia Sagittaria, o non ha le origini in questa gloriosa cittadina del vicino Veneto, farà certamente fatica a capire il senso di questa espressione. Allora bisogna un po’ inquadrarla nella sua cornice antropologica, storica e culturale.

Concordia Sagittaria, è un centro oggi di dimensioni ridotte ma vanta una storia millenaria. Fondata da una legione romana di ritorno dalle campagne belliche di Iberia (attuale Spagna), come premio in terreno ai legionari, secondo l’ipotesi attualmente più accreditata, nel 42 a.C.  presso l’incrocio della Via Annia con la Via Postumia, due arterie portanti dell’Impero Romano, come dire due autostrade di oggi. Ai tempi era quindi quasi una metropoli e i molti scavi archeologici lo confermano. Tali arterie la collegavano lungo la “bassa Friulana” direttamente ad Aquileia. Questo cordone ombelicale col Friuli fa si che essa, a dispetto della posizione politica in Veneto, sia considerata tutt’ora filologicamente friulana. Nella parlata ciò ancora sopravvive nonostante le massicce immigrazioni e i giovani che tendono a esprimersi sempre di più in Italiano. Questa differenza di cultura e di lingua è sempre stata orgogliosamente opposta ai comuni circostanti e in particolare si è sviluppata in un forte campanilismo contro la più prospera e ampia Portogruaro che le sta letteralmente “a ridosso” al di là del Lemene, il piccolo fiume che però a Portogruaro si ingrossa abbastanza, e con la quale alcuni quartieri ormai possiamo dire, si fondono. Questa tradizione si sta perdendo ormai, ma alla metà del secolo scorso, stando ai racconti di mio padre e dei suoi amici e conoscenti, era molto forte e i concordiesi amavano distinguersi per le loro bravate e goliardate con scherzi clamorosi e sfide divertenti o meno. Spesso e volentieri questa ostilità campanilistica si concretizzava in veri e propri scontri tra bande di ragazzi e finivano in zuffe furibonde sulle strade bianche di allora. Le sassaiole erano la regola. I segni di quegli scontri li portano un po’ tutti i ragazzi del tempo, ora ormai vecchi e in numero ahimè sempre più esiguo. Mio padre Costantino, ad esempio, il cui nome di “battaglia” era “Principe”, dal soprannome del ramo della nostra numerosa famiglia, i Furlanis, che si articola anche nei rami di “Rasut” e “Bagnat”, esibiva orgogliosamente un segno abbastanza profondo di una sassata sulla fronte, rimediato da giovane durante una zuffa post partita della mitica “Concordiese”. La squadra di calcio infatti era corredata inevitabilmente della tifoseria più convinta e aggressiva del circondario, dotata di gerarchie inno e quant’altro per consolidare il fiero campanilismo concordiese. L’inno stranamente era in italiano, non in “furlàn di Cuncuardia” e le prime strofe facevano più o meno:

“se vi domandano! chi ha vinto! han vinto i concordiesi! e Concordia è uno squadrone che nessun lo batterà, e Concordia è uno squadrone che nessun lo batterà”!

Ovviamente il post partita finiva sempre più o meno in rissa coi membri della opposta tifoseria, o per scherno dopo averli vinti o per rivalsa a causa della sconfitta; d’altra parte allora non avevano le trasmissioni sportive e in qualche modo si doveva passare il tempo. Ma lo scontro oltre che sportivo, anche culturale era sempre in particolare con Portogruaro. Le differenze con la “adiacente” Portogruaro venivano sempre sottolineate in ogni possibile occasione.

Già nei nomi delle due località la terminologia metteva (e mette tutt’ora) uno sbarramento molto netto: a Portogruaro si dice “Porto e Concordia” mentre in concordiese diventano: “Puart e Cuncuardia” con l’arcaismo friulano che riapre regressivamente la “o” nel dittongo “ua”. Anche nel parlare di ogni giorno le differenze sono marcate: il portogruarese: “Cossa che te ga?” “Cossa che te fa?” “chi che te son?” “no go fame” “Go mal de testa” esplicitamente venete, diventano a Concordia “Cossa gastu”, “cossa fastu”, “chi sustu?” “no ài fan” “ài mal de cjaf” rivelando un’origine friulana inconfutabile. la Concordia del tempo era pervasa dunque da uno spirito molto singolare che si amava sottolineare. Questo si incarnava in veri e propri personaggi che erano delle leggende viventi e dei quali qualche eco riverbera ancora ai nostri giorni. Uno ad esempio era il “maestro Bazzana” che abitava nei dintorni di Concordia, verso San Michele e che era una sorta di “Mauro Corona” in nuce: viveva di caccia e pesca ma nelle sue escursioni in città per vendere le sue prede dispensava sempre perle di saggezza frutto delle sue intense e colte letture, intrattenendo i passanti. A lui è dedicata anche una via nella bassa. Un altro è certamente “Toni Cumìs” che ho avuto l’onore e il privilegio di avere come nonno materno. Anche lui viveva di caccia e pesca, abitando in mezzo al “caneo” nei casoni per giorni durante la pesca delle anguille. Anche lui uomo di intense letture, profonda cultura e grande amore per la convivialità. Troppo spesso però si attardava nelle molte osterie della “Cavanea” di ritorno dal mercato, tra Cuncuardia e el Sindacal, e una buona parte dell’incasso finiva nelle tasche degli osti. Il terzo personaggio che vale la pena rievocare di quell’epoca colorata e vivace, che ci regala la perla ancora utilizzata nel titolo, è “Coce Simon”. Su di lui vi erano molti aneddoti che purtroppo si sono persi. Un paio di questi riguardavano il suo servizio militare. Egli fu chiamato fino a Roma per l’addestramento assieme ai commilitoni della classe e tutti assieme presero il treno per Roma. Avventura per i giovani di metà novecento a dir poco epocale. Durante il tragitto, il treno fece ovviamente molte fermate, e in tutte le stazioni campeggiava a caratteri cubitali una delle poche insegne pubblicitarie dell’epoca: quella dell’ OLIO SASSO. Era più evidente e messa trasversalmente mentre le insegne delle località si vedevano meno, più piccole e longitudinali rispetto all’andamento del treno. Così, ad ogni stazione, Coce Simon sbuffava vistosamente e profferiva ad alta voce la frase diventata poi leggendaria: “eh ma insomma, semo sempre a OLIO SASSO qua!” scambiando la scritta pubblicitaria per il nome della città di fermata. Non si sa se in effetti pensasse veramente di essere sempre nello stesso posto oppure lo dicesse per celia, per quel senso di protagonismo che usavano i capi compagnia di un tempo per fare ridere i compagni e attirare così la loro attenzione e far parlare di se. Tant’è che la cosa faceva talmente ridere i compagni di viaggio che è diventata mitica, ed è passata di bocca in bocca. Al loro ritorno essi diffusero questo modo di dire per tutta Concordia e dintorni. Quando qualcosa si attarda, non evolve, diventa un pantano una lungaggine, una palude dalla quale sembra impossibile uscire allora a Cuncuardia si soleva dire: “Semo sempre a OLIO SASSO”! I miei genitori la usavano spesso.

Ebbene questa espressione mi sembra perfetta per fotografare la situazione che stiamo vivendo: mi torna in mente ogni giorno, adesso, quando vedo il notiziario dei contagi, quando vedo che dopo un anno siamo ancora limitati volenti o nolenti nei nostri movimenti e se anche ci riusciamo a muovere in qualche modo, per lavoro o necessità, troviamo un mondo irreale dove le piccole abitudini del bar, della chiacchera per strada, sono totalmente stravolte e impedite, rivelando la loro grande valenza sottovalutata. Le cose rivelano il loro valore solo quando le perdiamo.

Zona Rossa o Lockdown che sia. dopo un anno siamo qua limitati, un po’ intristiti e quasi rassegnati, “Semo sempre a OLIO SASSO! come diseva Coce Simon”!

Sotto: alcune pubblicità antiche dell’ Olio Sasso, olio d’oliva ligure, in cui si osserva l’evoluzione del carattere nel moderno marchio. L’olio sasso era considerato un super alimento, quasi una medicina. Le nonne lo davano sempre rigorosamente ai nipotini sulla minestra calda perché “el fa ben!”

Related Articles

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *