Forte&Chiaro

CRONACHE DI COVID19

CRONACHE DI COVID19

Punto di vista abbastanza inedito, il più oggettivo possibile, da parte del vostro cronista-paziente.

L’ondata di covid19 di novembre in Friuli è stata davvero drammatica. Era inevitabile dal punto di vista statistico che un certo numero di noi ne venisse coinvolto. Nel mio caso il virus ha colpito forte: senza pietà, al limite della mia resistenza. Vi racconto la mia esperienza perché questa cosa tremenda per fortuna colpisce il 90% circa delle persone in maniera lieve, però non bisogna dimenticare quella piccola percentuale di noi sopra una certa età che ne viene colpita invece in maniera grave e alcuni purtroppo con esiti fatali. Ma andiamo con ordine. Sabato 7 novembre la bella giornata mi portava a una piacevole scorrazzata con Marilù in quel di Ospedaletto, dove ho scoperto il bel circuito del laghetto Minisini. Poi altri giretti al lago di Cavazzo terminavano un bel pomeriggio. Un certo malessere mi pervase subdolo, però più che altro di natura gastrointestinale, verso metà pomeriggio. Non ci feci gran che caso. Il giorno dopo la giornata ancora molto bella mi portò verso il mare, Bibione. Aperitivo in un localino a San Filippo e li primo campanello d’allarme: un bel vaso di menta attirò la mia attenzione, le erbe sono la mia passione, ebbene accarezzate le foglie esse, non mi restituivano il consueto gradevole profumo! Ma cosa cavolo stava succedendo? era un segnale chiaro, poco equivocabile: il mio olfatto era gravemente ridotto ed alterato! In serata brutte ombre si addensarono sulla mia domenica con le prime linee di febbre che spingevano ampiamente oltre il rosso. Male. Si va avanti a tachipirina. Nella notte brutto episodio: tra il sudore e il disagio della febbre alta, perdo i sensi, così disteso nel letto: la respirazione si abbassa e gli occhi restano aperti, sbarrati. Marilù per oltre un minuto a tentare di risvegliarmi. Momenti di panico puro. Dopo molte scosse e alcuni schiaffoni di Marilù torno in me, sudo molto, temperatura alta. E qui, attenzione, cominciano i problemi a livello polmonare: facevo fatica, badate bene, non a respirare in generale, ma a inspirare! A espirare riuscivo; mentre l’inspirazione durava una frazione minima di secondo. Era come se stessi perdendo il controllo dei miei polmoni. Qualcuno o qualcosa si stava come impossessando di essi, come un attacco Hacker esterno al mio corpo. Il diaframma era irritato e riuscivo a parlare sempre con maggior difficoltà. La mattina dopo, il lunedì riusciamo dopo parecchi tentativi a contattare il medico di base. La terapia a base di sali minerali, vitamine e fermenti lattici non convince per niente. Però almeno mi fissa il tampone per il mercoledì. Fatto il tampone scatta l’impulso psicologico a sperare sempre di rientrare nell’85% e passa dei negativi. Il risultato invece arriva il giovedì, impietoso: positivo. Bella mazzata! Ormai si smette di sperare e si comincia a lottare. La febbre continua a spingere in su, si monitora il livello di ossigeno con il saturimetro, nel frattempo arrivato da Amazon, ordinato provvidenzialmente da mia figlia Micol. tutto il giovedì si trascorre sperando, sperando che passi, che si abbassi la febbre, che il saturimetro tenga che, come molti dicono, “è solo una influenza”. Purtroppo così non è. Il respiro peggiora, la saturazione comincia a scendere veloce, però si mantiene tra 89 e 90…proviamo a passare la notte. Marilù molto preoccupata, altri amici, impiegati nella sanità, spingono per il ricovero: sotto i 92 è grave!. Tengo duro, in fondo a parte l’inspirazione difficile non mi sento malissimo: e questo era forse un effetto sottovalutato del maledetto virus: ti toglie lucidità e non sei consapevole delle tue vere condizioni. Stavo malissimo ma non me ne rendevo conto e, quel che è peggio, questa cosa la riferivo anche al dottore e altri, tipo medici dell’approssimativo servizio USCA. Il venerdì però la musica cambia: peggioramento lento ma inesorabile, la saturazione scende rapida. Il pomeriggio il 90 ormai è un lontano ricordo…88, 87…numeri tremendi, fatico molto a parlare, fatico a inspirare. Marilù entra nel panico: la sera tardi il quadro è grave: si chiama il 112, si spiega che la saturazione scende sotto 86 finanche a 83. L’operatore reagisce incredulo e chiede a Marilù di controllare bene le sigle, che magari legge il battito e non la saturazione…alla conferma che è proprio saturazione 83, in pochi minuti sono in ambulanza. Via d’urgenza, con quel che ho addosso, neanche il tempo di prendere una borsetta col cambio di biancheria. Preso per un capello! Il flusso potente dell’ossigeno nell’ambulanza già mi riporta alla soglia dei 90. Al pronto soccorso di San Daniele, ormai dichiarato prima accoglienza COVID per l’alto numero di infetti, l’attesa dura pochissimo. In una manciata di minuti smetti i panni di cittadino e diventi paziente: uno status diverso. Esami di prima accoglienza: ecografia, emerge immediata la polmonite bilaterale. Nello schermo mi pareva di intravvedere il maledetto virus scorrazzare allegramente nei miei polmoni: evidenti striscioline luminose verdi che guizzavano allegramente nello schermo come alieni difficili da fermare. Poi si fraternizza col terribile prelievo arterioso (emogasanalisi) effettuato sulla mano: molto doloroso ma per fortuna dura poco. Altri prelievi vari e l’elettrocardiogramma suggellano l’accoglienza. Il tutto dura meno di mezz’ora. Un senso di efficienza massima, asburgica. Questo dona un po’ di tranquillità. Vengo sistemato con la potente maschera d’ossigeno, i sensori a decine sul petto, e il saturimetro a distanza al dito, sempre monitorato, nella penombra di una stanza con altre tre persone. La prova pappagallo comincia a intaccare purtroppo il senso di dignità di persona, e ti fa adattare alla condizione di paziente. La notte cerca di portare conforto. Si dorme poco. La anziana signora accanto a me mi racconta la sua storia, abita sola, in mezzo ai monti, Forni Avoltri. Un altro è di Forni di sotto. Ma come arriva questo demonio a colpire persone che abitano da sole in mezzo ai monti? Penso. Misteri del covid. Un terzo ospite è un mio compaesano. Scopro che ci conosciamo, conosco bene la figlia. “Ciao ciao, plaser, si viodin in te place a bevi un taj appena fur”. Purtroppo il destino aveva altri piani per il mio compaesano. Molto anziano, oltre gli 80, trasferito a Palmanova il giorno dopo, apprenderò in ospedale a Udine, alcuni giorni dopo, che non ce l’avrebbe fatta. Virus maledetto e bastardo. Certo sul mio morale sarà una ennesima mazzata non da poco. Il tardo pomeriggio arriva anche il turno del mio trasferimento. All’imbrunire si va nel reparto malattie infettive di Udine: percorso Covid19. Fortunatamente vengo sistemato in un reparto ex hospis, molto elegante e tranquillo. Il pannello murario con una gigantografia di un bel tramonto sul mare e il televisore, mi mettono decisamente a mio agio. Si aggiunga che i letti nella stanza erano solo due, il mio accanto alla finestra offriva una vista tonificante. Anche l’accoglienza e la sistemazione possono avere un ruolo nella terapia del paziente. Nella stanza c’era una signora anziana, abbastanza traumatizzata. Presentazioni di rito, poi si passa una serata tranquilla, con la TV che distrae dalla mancanza di inspirazione d’aria. Ballando sotto le stelle non l’avevo mai seguito, ma per dovere di cavalleria ho concesso la scelta alla signora. Nel frattempo il personale solerte prendeva i livelli, pressione, glicemia, prelievi con numerose provette a grappolo e infine il micidiale Emogas arterioso, una buonanotte che avrei preferito evitarmi. Il giorno dopo seguono ulteriori esami: continua la sensazione di essere assistiti a livello davvero di massima efficienza. Vengo messo in una barella e poi impacchettato tutto intorno con un telo trasparente: serve per trasportarmi all’interno dell’ospedale verso il reparto TAC. E’ curioso vedersi sullo specchio superiore degli ascensori trasformato in un pacco natalizio! Lo dico agli infermieri e strappo loro un sorriso. L’esperienza della TAC non l’avevo mai provata grazie al cielo: veramente impattante. Una macchina dall’aspetto futuristico, un grande cerchio in plastica bianca asettica che ti ingloba per alcuni minuti dandoti istruzioni di inspirare, ed espirare…cerco di eseguire le istruzioni il meglio possibile ma, spiacente, signora macchina se l’inspirazione non sarà perfetta. Pochi minuti e il mio rapporto con quel mix di macchina del tempo e breccia spaziotemporale termina. Si torna nella cameretta tranquilla con la TV. La signora viene trasferita. Sono solo. La tac conferma: polmonite bilaterale interstiziale grave. Ero talmente intontito che non mi resi conto della gravità delle mie condizioni e, d’altra parte, preoccuparmi non mi avrebbe aiutato in nessun modo. Inizia la terapia con ossigeno ad alti flussi, col cortisone, eparina per sicurezza e una pastiglietta per lo stomaco. Quella notte ero messo molto male. Un infermiere premuroso e attento comparve più volte durante la notte. Mi attaccò una flebo, di potassio mi pare, poi si sistemò per lunghi minuti davanti a me, immobile, a guardare il monitor dei valori, nel buio della camera. Nessuna reazione a un mio cenno di saluto con la mano. Attento preciso, verso le 4 di notte siamo rimasti così circa mezz’ora, lui che guardava i valori e io che guardavo lui, nella penombra bluastra lampeggiante dei dati del monitor. Un legame emotivo che difficilmente riuscirò a dimenticare con quella presenza quasi angelica, protettiva. Mi pare si chiamasse Enrico. Poi verso l’alba, un colpo di scena. Una sorta di “cavallo pazzo” piomba nella camera, si accendono le luci, un anziano gesticolante che si strappava tutto di dosso viene sistemato nel letto accanto al mio. Chiedo cosa succeda. Ha avuto un’ischemia nel reparto più in alto, dove i livelli dei pazienti sono più gravi. Era fuori controllo, si agitava e sono intervenuti in tre per calmarlo. intanto si era strappato tutto, restava nudo sul letto, mugolava cose incomprensibili. Ricomposto amorevolmente con pannolone camiciotto del paziente e tutto il resto, dopo mezz’oretta riescono al calmarlo. I suoi valori sono buoni, è forte, ha lavorato tutta la vita cavallo pazzo, ha un fisico eccezionale, senza ossigeno satura 96, di gran lunga meglio di me, il mio timido 92, 93 nonostante l’ossigeno potenziato ad alti flussi, un po’ riscaldato e mixato con acqua. Una terapia innovativa. La mattina dopo il vecchietto si ridesta rilassato, mi sorride e tenta di comunicare ma quel che esce dalla sua bocca sono rantoli e mugolii incomprensibili. “Tranquillo caro che sei forte” lo consolo, mi sorride e siamo subito in sintonia, anche se non capisco cosa vuole dire. Si comincia con la routine del paziente. Controllo pressione e livelli, eventuali prelievi, l’emogas, tremendo, per alcuni giorni è stata un appuntamento fisso. Poi arrivano gli OSS che cambiano le lenzuola. Grazie a Dio riesco a muovermi un minimo e mi mettono su una sedia. il letto è rifatto. La camiciola cambiata. In mattinata, attaccato all’ossigeno ad alti flussi altra dura prova alla dignità del paziente: la prova padella. Così ha decretato l’infermiera: “non ti puoi alzare, solo padella”. Prova difficile, ma va affrontata, con pazienza e speranza. Si aspetta e tutto viene risolto. tutto si supera. La colazione a sole ben alto comincia a scandire la routine della permanenza. Riesco a bere un po’ di tè. Alleluia! Da giorni non mangiavo e non bevevo, neanche a casa, dal giorno del tampone. La TV aiuta a passare le interminabili ore fino all’ora di pranzo. Di suo il cibo d’ospedale è poco appetitoso. Con la alterazione gusto sapore del covid mangiare era una tortura. Ho spizzicato un po’ di verdura e una clementina, che però aveva un sapore misto tra insetticida e deodorante. Si prosegue tranquilli attaccati all’ossigeno, distratti dalla provvidenziale TV. I controlli degli infermieri si fanno sempre più rari. Siamo li tranquilli, nella bella stanza io e cavallo pazzo che mi sorride simpatico, le ore scorrono lente. Appuntamento del pomeriggio: merenda! Un po’ di te, qualche biscotto uno yogurt. Comincio a mangiare un po’ di più: buon segno. La cena arriva dopo altre lunghe pigre ore del pomeriggio in cui il paesaggio ci saluta da fuori con un bel tramonto. Mangio un po’ di verdure, fame poca malessere tanto, sapori e odori, neanche a parlarne. Sul tardi controlli di routine, terapia di cortisone, eparina e buona notte. La notte è agitatissima, non è facile dormire con una maschera che ti spara ossigeno nei polmoni, messo di pancia perché così assorbe meglio e col gorgoglio del generatore che ricorda un bel ruscelletto di montagna giusto dietro le orecchie. Verso le tre sono in un lago di sudore, non affrontabile. Volente o nolente devo chiamare aiuto. Le infermiere arrivano amorevoli e solerti. Tranquillo, ti cambiamo il letto e tutto. Scopro che qualcuno distrattamente mi aveva lasciato lo strumento per il rilievo della pressione addosso, ero tutto impastato di sudore col camiciotto appallottolato intorno alla testa e al rilevatore di pressione. Mi cambiano il camiciotto, mi rifanno totalmente il letto. Chiedo scusa, “tranquillo siamo qua per questo, non preoccuparti”. Questa scena del cambio notturno si ripeterà quasi ogni notte. Il sudore a catinelle è stata una costante in questa storia, e continuerà anche molti giorni dopo le dimissioni. Dopo circa quattro giorni di questo trattamento comincio finalmente ad avere dei segni di miglioramento: l’inspirazione da una frazione di secondo che era ridotta, modulando un po’ il naso, la riesco a prolungare finanche a un secondo. Mi sento leggermente meglio. Comincio a mangiare la colazione più volentieri. Per la prima volta il pranzo ha un certo qual sapore. Mangio tutto. Riesco addirittura a muovermi dal letto. Mi tolgo il respiratore per circa un minuto e vado in bagno. Riesco così a salvarmi dalla prova padella e mi libero in autonomia. In quel frangente il mio sguardo incontra uno specchio dopo circa 5 giorni. Non mi riconosco: capelli alla Einstein e barba lunga brizzolata. Un vero e proprio shock. Nel frattempo il vecchietto è stato trasferito e al suo posto è arrivato un agricoltore della nostra pianura. Mi ha raccontato che gestisce una azienda agricola con spaccio aziendale, lui il fratello consorti e figli. Tutti colpiti dal virus giorni prima. La nonna purtroppo non ce l’ha fatta. Una storia terribile. Ora in azienda erano tutti negativi e l’attività era ripresa. Lui era praticamente guarito, in attesa di dimissioni, però, colpo di scena, in azienda non lo volevano, perché ancora non era negativo e la sua presenza poteva compromettere l’attività e fare chiudere l’azienda per settimane. Passò lunghe mezz’ore a parlare al cellulare coi parenti e nipoti della gestione e del fatto che non lo volessero a casa. Lui diceva che capiva e che non se l’era presa, ma era chiaro che ci era rimasto molto male. Una vita a lavorare, accumulare per i posteri e ora era poco gradito il suo rientro. Ci sarebbe da ragionare a lungo su questo. Alla fine, rimessosi bene in salute, sessantenne, anche lui dotato di un superfisco frutto di una vita di duro lavoro all’aria aperta, non ha potuto tornare a casa. L”ospedale ha trovato una soluzione intermedia: una foresteria vicino a casa dove poteva aspettare la conferma del tampone negativo per qualche giorno in modo da potere rientrare a casa in sicurezza, senza fare chiudere gli affari. In quei giorni comparve una figura nuova nella stanza, gentile. Per noi che stavamo grazie al cielo migliorando, arrivò la fisioterapista che ci faceva fare qualche timido movimento, prima sul letto poi sulla sedia, sempre attaccati al nostro bravo ossigeno. Mossa da pietà per fortuna la fisioterapista si è accorta che ero trascurato. Mi ha procurato delle “lavette”, una sorta di manopole con acqua e sapone, e in autonomia sul letto ho potuto rinfrescarmi e darmi una lavata. Prima lavarsi poi sciacquarsi e asciugarsi. Alcuni punti di dignità erano recuperati. L’ospedale mi ha anche fornito di mutande usa e getta dal momento che ero stato portato via d’urgenza senza niente di ricambio, il venerdì prima. Chiesi se era possibile avere un rasoio usa e getta. Per un paio di giorni insistetti ma non c’è stato verso. L’agricoltore in attesa di dimissioni era invece ben dotato di tutto. aveva due borsoni pieni. Mi venne in mente di chiedere se avesse gentilmente un rasoio usa e getta. Ma certamente! Mi ha provvidenzialmente dato il rasoi e per me è stato come rivivere. In un veloce raid in bagno ho potuto finalmente farmi la barba e ritornare a un aspetto umano. Le infermiere sono rimaste piacevolmente colpite dal mio nuovo aspetto e han detto che si vedeva che ero più bello, che evidentemente stavo migliorando. Anche la psicologia aiuta molto e rivedermi acconcio mi ha tirato su parecchio. Con l’arrivo dell’agricoltore la situazione nella nostra cameretta si è stabilizzata in una routine abbastanza confortante, quasi rilassante. Emergenze non ne avevamo e per la maggior parte del tempo eravamo da soli, in compagnia della TV, che ha avuto un grande ruolo nel distrarci. Ci piacevano le stesse cose, documentari di storia, naturalistici, programmi di viaggi. Giornate in fondo anche al limite del bello se non fossimo stati in un reparto covid, tranquille a guarire con l’ossigeno e via via più rilassati. La cadenza dei tempi nella camera era la seguente: la mattina sul presto passavano gli infermieri a rilevare i livelli, pressione glicemia, saturazione. Se serviva ci scappava qualche decina di provette di prelievo e nel mio caso il doloroso Emogas (prelievo arterioso) che come detto è proseguito per alcuni giorni. Poi passavano gli OSS per cambiarci le lenzuola. A questo punto mi stavo rimettendo e mi alzavo da solo sistemandomi su una sedia e li facevo lavorare più facilmente. In altri casi devono cambiare le lenzuola col paziente nel letto, come per esempio nel caso di cavallo pazzo, un’operazione davvero difficile, un vero supplizio. A sole alto arrivava un po’ di colazione che cominciavo a consumare sempre più abbondante e sempre più volentieri. Lunghe ore della mattina scorrevano poi pigre senza che nessuno venisse nella cameretta. Io mi alternavo tra letto e sedia, controllandomi da solo la saturazione che mi dava valori sempre più alti. Parlando del più e del meno con l’agricoltore è rimasto molto colpito che avessi girato mezzo mondo insegnando a fare le pizze: lui, mi ha confessato, non solo non ha girato all’estero ma non conosce nemmeno bene il Friuli: una vita sacrificata solo al lavoro. Una storia abbastanza comune qui in Friuli. Il pranzo arrivava sul tardi, verso l’una. Giusto il tempo di consegnarci i vassoi e arrivederci. Un piccolo dettaglio cambiava a seconda della solerzia dell’operatore: i piatti sono preparati dal servizio di catering che li impacchetta con una protezione di plastica. Alcuni operatori pazienti tagliavano queste protezioni tutte intorno con le forbici e ci consentivano di mangiare subito facilmente, altri operatori davano giusto un taglio veloce, su un solo lato e la protezione restava praticamente chiusa. Per noi aprire le confezioni poi con le posate di plastica era un po’ fastidioso, ma insomma ormai le forze mi stavano tornando e ho risolto abbastanza bene, in fondo il tempo non ci mancava. Ancora il pomeriggio sonnacchioso, con le ore che colavano lente nella pace della nostra cameretta. Ormai stavo quasi tutto il tempo seduto, l’ossigeno mi era stato ridotto drasticamente e facevo frequenti visite al bagno, così, giusto per muovermi un po’, come illusione di ripresa di mobilità. Il pomeriggio prevedeva un’altra piccola pausa te e biscotti, a volte ottenevo anche uno Yogurt molto gradito. L’appetito stava tornando e anche la sensibilità agli odori si stava ripristinando. In un caso il pomeriggio la merenda non è arrivata, saltata per mancanza di personale. Può sembrare una piccola cosa ma per un paziente che si adatta a dei ritmi abbastanza cadenzati è stato un brutto episodio. Inoltre era segno che il reparto era sotto pressione, segnali poco belli, segnali di difficoltà crescente che nelle settimane successive sarebbe diventata emergenza conclamata. quel giorno si passava quindi direttamente alla cena che spazzolavo ogni volta con maggiore piacere e non lasciando nemmeno una briciola di niente. Buon segno il ritorno del buon appetito! Dopo cena ancora una fugace apparizione degli infermieri a controllare i livelli e a somministrare cortisone e l’iniezione di eparina sulla pancia. Se serviva ti sistemavano le flebo richieste. Ultimamente io ho fatto parecchie flebo di antibiotici che mi facevano sudare ancora di più la notte imponendo cambi di casacchina che ormai, per non disturbare troppo, mi facevo lasciare alla sera e mi cambiavo in autonomia quando proprio il sudore mi svegliava, utilizzando poi le lenzuola di sopra come base, per coprire il bagnato, e usando il copriletto come copertura. Un giro al cuscino e si poteva riprendere a dormire, o quasi.

Ancora oggi che sono rientrato a casa continuo a sudare molto, come detto. Qualcosa il fisico deve ancora spurgare.

Negli ultimi tre giorni salutato l’agricoltore, una nuova presenza ha incrinato il senso di relativa calma che si era instaurato nella cameretta nei giorni precedenti. All’inizio il nervosismo era poco poi verso la fine si è evoluto in maniera veramente parossistica. Il nuovo ospite, un artigiano della periferia udinese, è arrivato già molto nervoso: aveva il problema del telefono, che era senza credito, e non riusciva a chiamare le figlie per farsi fare una ricarica. Per circa un’ora continuò a litigare col telefono mandando messaggi che non venivano letti esordendo nelle tipiche esclamazioni poco eleganti friulane. Mi sono quindi offerto di chiamare casa sua col mio telefono e risolvere la cosa perché stava diventando fastidiosa. Riesce finalmente a parlare con casa. Però la ricarica tarda poi ad arrivare, le ore passano e a tarda mattina ancora niente ricarica. La cosa lo rese molto nervoso. Era anche lui molto attrezzato, con due o tre borsoni. Approfittò dell’attesa e della calma nella camera per entrare in bagno e restarci circa tre quarti d’ora a lavarsi e cambiarsi il pigiama. Finalmente arriva la ricarica. contatta casa e “si scopre” che era diabetico e che dovevano portargli urgentemente i farmaci. Tutto sommato comunque era ancora abbastanza calmo e normale.

Gli infermieri sono rimasti contrariati dall’apprendere in modo tardivo una informazione così importante inoltre anche il fatto che lui passasse tanto tempo in bagno senza maschera di ossigeno li innervosì. Così la mattina successiva, prima che si asserragliasse in bagno, gli è stata fornita una bombola di ossigeno in modo che potesse continuare la terapia durante le lunghe pratiche nella toilette. Uscito dal bagno c’è stato il colpo di scena teatrale: una totale trasformazione da artigiano-paziente ancorché un po’ nervoso, a paziente fuori controllo. Al contrario del giorno prima, che dopo la toilette ha passato tranquillo a ronfare nel lettino per la gran parte, il secondo giorno lo ha visto immediatamente agitato…si è tolto l’ossigeno e voleva che lo “menassi a cjase”. Per quanto lo invitassi a stare tranquillo e continuassi a chiamare gli infermieri, non c’era verso di farlo stare fermo sul letto. Poi si è messo anche a vagare per la stanza, a casaccio, insofferente. Ad un certo punto ha impresso una pressione contro il muro con una mano, la destra, in modo da prendere lo slancio e perdere l’equilibrio dalla parte opposta, di schiena, e cadere giù a corpo morto, come un sacco di patate, procurandosi anche una bella botta sulla nuca. Non potevo credere a quanto avevo visto. Da quel momento in poi non fu più la stessa persona. Cominciò a imprecare e diventare offensivo con il personale che cercava di calmarlo, si continuava a togliere il pannolone gesticolava e buttava la maschera dell’ossigeno. Alla intervista della brava e paziente dottoressa accorsa per l’emergenza, benché fosse sabato mattina, continuava a rispondere che era venerdì sera e che eravamo a casa sua! Imprecazioni e offese condivano il tutto, la maschera dell’ossigeno svolazzava e anche qualche flebo se l’è tolta. In pratica per un motivo inspiegabile si era trasformato in una specie di indemoniato. Bene o male sono riusciti poi a fissarlo al letto con delle cinghie e il malcapitato è riuscito a passare più o meno bene la notte. I parenti sono stati contattati con un tablet, in videochiamata, la domenica mattina per cercare di recuperargli un poca di lucidità. Niente da fare continuava a non riconoscere di essere in ospedale, imprecava e offendeva e voleva essere portato via da li, a casa dove tra l’altro diceva di trovarsi già. La dottoressa disse che è una sindrome da ospedalizzazione che capita spesso agli anziani, ma la cosa non tranquillizzò i parenti che sentivo preoccupati dal tablet. Per fortuna, nel frattempo, la dottoressa mi aveva tolto l’ossigeno già dal sabato sera, a mia insaputa lasciandomi una minima cannella nasale con scarso flusso e si stava orientando per le mie dimissioni.

In verità il sabato si era parlato di un mio trasferimento a Palmanova, per gli ultimi giorni di controllo prima delle dimissioni. Alla mia reazione molto nervosa a questa notizia, i dottori hanno capito che per me Palmanova psicologicamente per una serie di motivi, avrebbe comportato un peggioramento. Alla fine vuoi per intasamento a Palmanova vuoi per la valutazione della mia reazione psicologica, il trasferimento saltò, e sono cominciati i controlli per le dimissioni direttamente li, a Udine. Tolto l’ossigeno e controllo della saturazione: tiene! La domenica mattina parte senza ossigeno. Purtroppo alla bella sensazione del predimissioni ha fatto da colonna sonora il problema con l’artigiano che per tutto il giorno ha continuato a diventare sempre più insofferente con imprecazioni e offese al personale sempre più grevi. Questa situazione ha sottratto attenzione al mio caso; dalle 17, ora prevista per le dimissioni, le ore continuavano a scorrere assorbite quasi in toto dall’emergenza del mio compagno di camera; e la mia situazione subiva continui ritardi. Finalmente la dolce Elisa arrivò verso le 19.30 a controllare i livelli: saturazione ok, glicemia a posto pressione buona. Si può andare! La lettera di dimissioni arrivò quindi verso le 21, con non poco ritardo ma ormai quel drammatico periodo pareva volgersi al superamento. Verso le 22 un furgone della croce rossa si rese disponibile. C’era poco personale a quell’ora e mi è dispiaciuto non potere salutare tutti quanti coloro che si sono presi cura di me in modo tanto solerte e amorevole: Enrico, l’angelo della notte, Glen, Elisa, Lisa, Jasmine, Jenny, la fisioterapista Rachele i dottori, Michele, Barbara, Maria e tutti gli altri di cui non ricordo il nome ma di cui non scorderò mai lo sguardo vivace e attento, unico particolare che emergeva forte, fiero e indomito nonostante le severe bardature anticovid, che li trasformava tutti in omini Michelin.

Il rientro a casa è ben altro che un ritorno alla normalità. Sudo ancora molto la notte, una debolezza terribile mi attanaglia, mi manca il fiato con poco, la saturazione oscilla molto, fino alla soglia dei 92. La battaglia del ricovero, grazie a Dio e al personale, è vinta, ma la guerra per il ritorno alla normalità pare ancora lunga e molto ostica.

ERMANNO FURLANIS.

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