Forte&Chiaro

COL COLCHICO, SI RISCHIA UN FORTE…CROCK!

COL COLCHICO, SI RISCHIA UN FORTE…CROCK!

In questi giorni di fine estate si assiste a qualche prima fioritura di bellissimi fiori di un colore rosa intenso che consola. Essi vengono spesso e volentieri confusi per fiori di crocus, e come tali incoraggiano alcuni ad una raccolta numerosa per tentare di ottenere lo zafferano da stami e pistilli. Mi preme molto fare una precisazione su questo tipo di raccolta che, spesso, è stata fatale, foriera di gravi disturbi e in alcuni casi ha portato anche alla morte dei malcapitati raccoglitori. Ebbene si tratta di due fiori molto simili nell’aspetto ma in verità totalmente diversi! Il fiore che troverete nei campi da adesso fino a fine inverno è in verità il Colchico, non il crocus, in particolare si tratta del “Colchicum autumnalis”. Approcceremo questo fiore “bello impossibile” (come molte belle donne ) con un aneddoto che mi vede protagonista e nel quale stavolta ho rischiato veramente grosso. Circa una decina di anni fa prestavo servizio in montagna e come detto in altre occasioni, fino al tardo pomeriggio avevo tempo libero. I pascoli in autunno si accendevano del rosa intenso dei colchici. In una occasione, le condizioni atmosferiche particolarmente favorevoli, avevano assecondato una fioritura a dir poco trionfale: per ogni dove mi avventurassi, in cerca di funghi castagne o altre delizie del bosco, mi imbattevo in tappeti e veri e propri cespi di questi fiori davvero stupendi come da foto copertina. Così, come spesso accade ai raccoglitori, che van per funghi e tornano con nespole o castagne, non avendo fortuna coi funghi che quel giorno erano scarsi e rari, decisi di riempire il cesto con questa meraviglia rosa. Avevo infatti “sentito dire” ed ecco il mio grave errore, ma fidarsi del sentito dire, che con questi fiori, in particolare con il polline, usando stami e pistilli, si poteva fare lo zafferano. Ebbene, queste conoscenze mi venivano da superficiali letture e da conversazioni con colleghi cuochi e pizzaioli, e non erano parte del mio bagaglio culturale. E neanche in Friuli nella tradizione culinaria esiste veramente radicato l’uso dello zafferano, se non solo da alcuni anni importato da alcuni volonterosi che attingono alle tradizioni principalmente lombarde e piemontesi. Tantomeno nella mia tradizione familiare, di pianura e laguna veneta, tramite gli insegnamenti di mia nonna e di mia mamma mai ho potuto attingere a qualche conoscenza sullo zafferano. Quella mattina dunque quello che mi spinse a raccogliere per la prima volta un prodotto per me nuovo e sconosciuto, fu un insieme di fattori: la frustrazione di non trovare i funghi cercati, la bellezza davvero affascinante e ottundente di quei fiori, una buona sorte di incoscienza e temerarietà e l’ansia difficile da sopire del cercatore d’erbe di razza, che non si da pace di tornare a mani vuote. Tant’è che arrivai in albergo dove prestavo servizio solo serale, verso l’ora dell’aperitivo col cesto pieno di fiori di colchico che io pensavo invece crochi da zafferano; e qui la mia buona stella ancora una volta mi ha protetto. Nella panca a destra del bancone del bar, una sorta di “Stammtisch” ampezzano dove si leggeva il giornale e si comunicava in confidenza essendoci spazio solo per due, incontrai Manlio, a cui sarò sempre grato per i suoi insegnamenti su funghi ed erbe e in particolare per questa dritta. Molto orgogliosamente gli mostrai i fiori rosa e feci sfoggio delle mie presunte conoscenze culinarie dicendogli che il giorno stesso avrei degustato un ottimo risotto allo zafferano. Lui con molta calma e per niente impressionato, col suo fare sornione, da sotto i baffetti, cominciò a parlarmi di quei fiori e di come si chiamassero nel dialetto locale, qualcosa come “flors das vacjas” (fiori delle vacche) o Quâc e mi riferì un fatto che cominciò a farmi suonare un campanellino di allarme. Mi spiegò che in questa stagione le vacche, attratte dal bel colore, dall’abbondanza e dalla loro tenerezza, fanno delle scorpacciate dei fiori rosa e poi restano intontite, quasi gongolanti per ore se non per giorni, come ubriacate, e fanno molta fatica a tornare reattive. Finimmo il nostro aperitivo parlando di luoghi leggendari pieni di finferli, porcini ed altro, e sorvolai su quel racconto sui fiori. Mi recai quindi verso la cucina dove l’intenzione era di strappare pazientemente gli stami per consegnare poi lo zafferano, o presunto tale, alla mitica Ivi, la cuoca, per farne un buon risotto per noi del personale, ma nel percorso una vocina in testa mi riproponeva l’immagine delle mucche stordite. Se stordisce una mucca cosa può fare a un uomo? Pensai. Il dubbio continuava a farsi strada. Nelle mie conoscenze botaniche c’era anche da qualche parte sopita e poco approfondita la vocina “colchico” che riecheggiava tra l’altro in una canzoncina degli anni 60 che nulla aveva a che fare col colchico. (“col chicco d’uva passa” ricordate? nelle mie confuse memorie infantili era “colchico e tutto passa”…)…”sta un po’ a vedere che, sta un po a vedere che”…sussultai. Improvvisamente presi coscienza che nel mio cesto poteva esserci ben altro che crochi da zafferano! Nonostante la connessione debole, riuscii a mettere nel motore di ricerca google del mio PC la parola “colchico” che era riaffiorata provvidenzialmente e non si sa bene in base a quale misterioso incrocio di migliaia di connessioni neuronali, nella mia mente…Il risultato arrivo dopo un po’ a fatica, a causa della connessione lenta, aumentando la suspence a dismisura…ed ecco le foto…BINGO! Era lui! Trasecolai a leggere le proprietà di quel fiore, era colchico e non crocus. Non solo si confermava il potere narcotico accennatomi da Manlio ma risultava che gli alcaloidi presenti in abbondanza in tutte le parti della pianta la rendevano non solo velenosa, ma tra le più velenose del mondo vegetale, addirittura mortale! Ebbene si, Manlio col racconto delle mucche probabilmente mi salvò la vita! Presi il cesto dei fiori, ne salvai un mazzetto da sistemare in pizzeria e gettai molto prudentemente il resto affidandomi per il pranzo all’ottimo frico di Ivana.

Quella svolta mi indusse finalmente ad approfondire meglio le mie conoscenze su crocus e colchici. Meglio tardi che mai! Scoprii quindi che i due fiori sono molto simili e possono fiorire nello stesso periodo autunnale, da cui la confusione. Mentre però il colchico fiorisce prima delle foglie, nel crocus le foglie sono più acute, simili a fili d’erba e accompagnano la fioritura; i fiori delle specie selvatiche di crocus da noi presenti, inoltre, compaiono in primavera. Il colchico appartiene alla famiglia delle colchicacee mentre il crocus è una iridacea. I fiori del crocus sono bianchi o violetti e appaiono spesso rigati grazie alle sfumature digradanti sui petali negli esemplari violetto, mentre il rosa del colchico è più tenue, caldo e omogeneo. Il famoso zafferano si ottiene non dal polline, come erroneamente pensavo allora, bensì dagli “stimmi” che sono le diramazioni in cui si allunga il pistillo del crocus da zafferano. Essi sono rossi e sporgono in modo caratteristico dal fiore ed è da questi, essiccati che si ottiene lo zafferano, non dal polline! Il pistillo del colchico è invece bianco ed ha la stessa altezza degli stami, che invece nel crocus sono più corti degli “stimmi”. Anche gli stami (quelli che reggono il polline) sono diversi: verticali e ben folti di polline nei crocus, trasversali, sistemati a “T” in cima al porta stami nel colchico, con meno polline.

Vediamo ora qualche leggenda a proposito del colchico. Noto come “la Freddolina” perché fiorisce all’inizio della stagione fredda, esso è protagonista di numerose tradizioni orali diffuse nelle Dolomiti e nella lontana Colchide sul Mar Nero, da cui deriva il suo nome. Una legenda qui al nord racconta come questo fiore nasca da frammenti di una preziosissima gemma denominata “Ametista Fiammante”, contesa da due popoli dell’Alpe. Esausta della annosa guerra, una principessa, figlia di uno dei re che si scontravano, scaraventò stizzita la gemma in una valle scoscesa e rocciosa e la stessa si frantumò in migliaia di pezzi che si trasformarono in fiori violacei, come il colore della gemma. Il prodigio lascio stupiti i contendenti che finalmente ritrovarono la pace tra di loro e le Alpi tornarono il luogo ameno e riposante dove regna la quiete, che conosciamo ora. Questa leggenda sta a giustificare la presenza effettiva anche delle ametiste in tutta la regione dolomitica come pezzi della gemma che non si trasformarono in colchici.

La Colchide è una regione russa sul mar Nero, corrispondente all’odierna Georgia russa, ed ora denominata Mingrelia, vicino alla zona di Soči, dove si tennero le olimpiadi invernali del 2014. Nella mitologia greca, fu quella la meta degli Argonauti, diretti alla conquista del vello d’oro. Lì nella Colchide la maga Medea fabbricava le sue pozioni magiche; e fu proprio lì che, secondo la leggenda, Giasone incontrò Medea, con quel che ne segue. Un giorno, la maga lasciò inavvertitamente cadere a terra una goccia di una sua pozione. Fu da quella goccia che nacque un fiore splendido e magico: il colchico. Questo episodio mitologico fu ripreso da Dioscoride, secondo il quale la pianta che oggi conosciamo come Colchicum autumnale, cresceva abbondante proprio in quella regione ai confini del Caucaso.

Per quanto riguarda il crocus invece Il nome del genere (Crocus) deriva dal greco Kròkos, che significa “filo di tessuto” e si riferisce specificamente ai lunghi stimmi rossi ben visibili nella specie più conosciuta (e coltivata) di questo genere (Crocus sativus).
Il nome scientifico di questa pianta è stato definito dal botanico scozzese Philip Miller (Chelsea, 1691 – Chelsea, 1771) nel 1768. In tedesco questo fiore si chiama Zweiblütiger Safran oppure Zweiblütiger Krokus; in francese si chiama Crocus à deux fleurs; mentre in inglese si chiama Silvery Crocus. Il riferimento al numero due riflette il nome specifico biflorus, ed esso deriva dal fatto che spesso il crocus si presenta con una doppia infiorescenza anche su fusti separati.

Per ottenere un solo grammo di prezioso zafferano sono necessari solo gli stimmi di circa 150 fiori che vengono poi essiccati in modo dolce, all’ombra e non come detto sopra, il polline. Nei colchici gli stimmi non sono presenti e quindi qualche malcapitato usa il polline per tentare di ottenere un risotto allo zafferano. E’ cronaca di alcuni anni fa proprio la tragica vicenda di due coniugi veneti ingannati dalla somiglianza tra i due fiori: ottenuto un risotto con polline di colchico purtroppo essi sono passati a miglior vita (vedi link sotto) e ultimamente anche un’intera famiglia nel modenese è stata avvelenata. Ancora una volta la pianta è stata assunta credendo che fosse zafferano! fate quindi massima attenzione e lo zafferano compratelo solamente nei negozi specializzati dato che da alcuni anni è disponibile anche una buona produzione friulana in quel di San Quirino (PN).

Vediamo quindi nello specifico gli effetti degli alcaloidi del colchico:
Il principio attivo della pianta, la colchicina, tende ad accumularsi nei tessuti, provocando avvelenamenti anche se la sostanza viene assunta in piccole quantità in circostanze diverse.I sintomi consistono in:

bruciore alla bocca, nausea e vomito, diarrea sanguinolenta, delirio, aumento della frequenza cardiaca, dolori toracici, possibile morte dell’avvelenato.
A volte basta anche solo il semplice contatto con il fiore per causare danni alla pelle. I sintomi da avvelenamento compaiono subito, entro le 5 ore dall’ingestione della pianta, accompagnati da febbre, che può persistere per alcune settimane.

in allegato uno degli articoli sull’avvelenamento da colchico:

https://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2017/09/19/news/avvelenati-dal-falso-zafferano-coniugi-muoiono-nel-giro-di-pochi-giorni-1.15875351

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