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Alla ricerca dei Fiumi Perduti, parte 1

Alla ricerca dei Fiumi Perduti, parte 1

In questi giorni che per quanto uggiosi ci concedono ancora temperature che favoriscono delle uscite nelle nostre campagne particolarmente amene e adatte a belle passeggiate, si è riaccesa una vecchia querelle che sta diventando ormai davvero “annosa”, ovvero se sia più o meno lecito precludere gli argini, in particolare quello del Corno, all’uso pubblico. Un cartello che vorrebbe allontanare i pacifici camminatori da uno degli argini contesi del corno, è stato il palcoscenico per un acceso dibattito che è poi rimbalzato sui gruppi di Codroipo su FB. E’ una questione come ripeto ormai di vecchia data, le posizioni pro o contro preclusione sono ormai incancrenite e pare difficile trovare una via di uscita chiara. Ma siamo sicuri che quella sia poi la situazione peggiore? In altri casi, a Codroipo gli argini sono addirittura recintati a picco sulla riva, eppure degli altri casi non si parla mai. (vedi solo un paio di esempi nelle foto a fine articolo, ma gli esempi sono decine). Ma vediamo in particolare cosa dicono le norme e le leggi a proposito. La questione è tutt’altro che semplice, e non si può dirimere in poche battute. si tratta di un vero e proprio ginepraio, anzi nel nostro caso, essendo in Friuli, di un vero e proprio “baraç“! Vi propongo una mia ricerca su norme e cavilli, di un paio di anni fa:

Di Ermanno Furlanis.

A Codroipo, anche se non troppo evidenti, ci sono un paio di corsi d’acqua purtroppo quasi totalmente esclusi alla vista a causa di costruzioni a loro ridosso. Si tratta della roggia di “san Odorico”, visibile ormai solo nella zona dei campetti, e in zona Grovis, e del più significativo torrente Corno che scorre tra Zompicchia e la zona di via Molini proveniente da San Daniele e Maiano nelle cui piane origina, i cui argini per vari motivi oltre alla urbanizzazione poco controllata, sono poco percorribili.

L’accessibilità agli argini è un tema molto complesso, che coinvolge in maniera diversa privati cittadini, pubbliche associazioni, nonché Amministrazioni ed Enti competenti alla gestione dei corsi d’acqua. Quindi mettetevi comodi perché sarà lunga esaminare la questione. In questo articolo, ci si è sforzati di raccogliere le normative vigenti in materia di accessibilità agli argini e verificare i “diritti” e i “doveri” dei diversi soggetti interessati, e, a seconda del punto di vista, l’interpretazione delle numerose normative esistenti in materia può variare.

Definiamo i termini:

Per Argine si intende “il terrapieno che serve a contenere le acque di piena di un corso d’acqua”.

La Sponda, definisce “il margine di terreno che delimita un solco fluviale, formato da un tratto piano e dalla scarpata più o meno ripida: si distingue in destra o sinistra a seconda che si trovi dalla parte destra o sinistra di un osservatore che sia rivolto nel senso di avanzamento dell’acqua”.

Il Ciglio è invece il punto di intersezione tra il piano campagna (orizzontale) e la sponda (inclinata) di un corso d’acqua quando non ci sia argine quindi.

La rete idrografica principale, è di proprietà demaniale. Con Decreto Legislativo 31 marzo 1998, n. 112 “Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della L. 15 marzo 1997, n. 59.” (Pubblicato nella G. U. 21 aprile 1998, n. 92, S.O) viene stabilito che (Articolo 86) “1. Alla gestione dei beni del demanio idrico provvedono le regioni e gli enti locali competenti per territorio”.

Pertanto, lo Stato ha demandato alle Regioni la gestione dei corsi d’acqua pubblici e le Regioni affidano ai Consorzi di Bonifica, la gestione della rete idrografica minore.

Definite le competenze circa la gestione dei corsi d’acqua principali, il primo problema da affrontare è sicuramente quello relativo alla PROPRIETA’ dei corpi arginali.

Ai sensi dell’art.10 del Regio Decreto 25 luglio 1904 n° 523 “Testo unico delle disposizioni di legge intorno alle opere idrauliche delle diverse categorie”: le arginature dei corsi d’acqua dei Consorzi di Bonifica sono da classificare opere idrauliche di V categoria, ovvero che provvedono specialmente alla difesa dell’abitato di città, di villaggi e di borgate contro le corrosioni d’un corso d’acqua e contro le frane.”

Da quanto sopra, ne deriva che gli argini di per sé sono “pubblici” in quanto “opere pubbliche”, ovvero facenti parte integrante dell’opera idraulica.

Non è tuttavia ancora chiaro se, come tali, sono dotati anche della relativa demanialità e se pertanto seguono il regime proprio dei beni demaniali, assoggettati, per quanto attiene all’aspetto fruitorio, all’accesso pubblico.

Molti argini di fatto, per non dire la quasi totalità, ad oggi risultano catastalmente in proprietà privata.

Negli anni passati, infatti, i vari Enti che hanno competenza per la gestione e manutenzione ordinaria e straordinaria dei corsi d’acqua, non sempre, durante i lavori sugli argini, hanno provveduto ad espropriare i terreni interessati dai lavori.

Sui mappali la proprietà pubblica, intestata al Demanio dello Stato – Ramo Acque Pubbliche, è definita graficamente come una doppia linea senza numero di mappale al suo interno, al più con una freccia indicante il verso di scorrimento dell’acqua.

In molti casi, il mancato perfezionamento del passaggio al Demanio Pubblico dello Stato dei corpi arginali, è il primo vero discriminante circa la possibilità di transito e passaggio sugli stessi, e crea conflitti tra i proprietari dei terreni e gli “aventi diritto” al transito; la TRANSITABILITA’ lungo i corsi d’acqua pubblici però è tutta da verificare.

A sorpresa infatti l’attuale normativa, in particolare il Regio Decreto 8 maggio 1904 n° 368 “Regolamento sulle bonificazioni delle paludi e dei terreni paludosi”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 28 luglio 1904, n. 176, dice, all’art.134, che:

è vietato nelle opere di bonificazione a chi non ne ha ottenuta regolare concessione o licenza, a norma dei seguenti artt. 136 e 137: … e) la pesca con qualsivoglia mezzo nei corsi d’acqua; la navigazione nei medesimi con barche, sandali o altrimenti; il passaggio o l’attraversamento a piedi, a cavallo o con qualunque mezzo di trasporto nei detti corsi d’acqua ed argini, ed il transito di animali e bestiami di ogni sorta”.

Quindi solo chi ha licenza di pesca può esplicitamente transitare sugli argini dei fiumi a norma di questo decreto Regio, con riguardo a questioni di sicurezza per i cittadini.

per quanto riguarda la generica percorribilità degli argini dei corsi d’acqua, un altro riferimento normativo è dato dal già citato R.D. 523/1904 che, all’art.59 recita:

Trattandosi di argini pubblici, i quali possono rendersi praticabili per istrade pubbliche e private (…), potrà concedersene l’uso sotto le condizioni che per la perfetta conservazione di essi argini saranno prescritte dal prefetto, e potrà richiedersi alle dette amministrazioni o ai particolari (privati ndr.) un concorso nelle spese di ordinaria riparazione e manutenzione. Allorché le amministrazioni o i privati si rifiutassero di assumere la manutenzione delle sommità arginali ad uso strada, o non la eseguissero dopo averla assunta, i corrispondenti tratti d’argine verranno interclusi con proibizione del transito.”

E ancora, dalle Leggi Regionali:” É sempre consentito l’accesso ed il passaggio alle acque pubbliche per l’esercizio della pesca e per le attività ad essa connesse, purché non arrechi danno alle colture agricole in atto ed alle attività di acquacoltura.” Ribadendo l’occhio di riguardo per i pescatori.

Pertanto, è sicuramente consentito per legge l’accesso ed il transito lungo i corsi d’acqua pubblici ai pescatori, ma non alla generalità dei cittadini, per motivi di sicurezza.

Dato quindi per certo che i pescatori hanno diritto, per legge, di transitare lungo i corsi d’acqua pubblici per l’esercizio della pesca, sorge il problema dell’ACCESSIBILITA’ e della CHIUSURA dei fondi. Lungo molti corsi d’acqua pubblici, in particolare a ridosso dei centri urbani e prevalentemente sui canali non muniti di argini, la “fascia di rispetto fluviale” è molto spesso “occupata” da manufatti di vario genere (recinzioni, muretti, cancelli, ecc.) che di fatto negano la possibilità di accedere alle sponde dei corsi d’acqua stessi.

Purtroppo, lo sviluppo urbanistico avvenuto in modo poco controllato e disomogeneo a partire dalla metà del secolo scorso, ha considerato la rete di canali più come un elemento secondario da sacrificare, piuttosto che elemento qualificante di città e paesaggio. Esempi di corsi d’acqua non accessibili per la presenza di opere in fascia di rispetto sono presenti in ogni centro urbano, e Codroipo non fa eccezione.

Questo ha portato, in pratica, all’annullamento, della “fascia di rispetto” fluviale quando non, addirittura al tombinamento dei canali come, per esempio, per la roggia di Sant’Odorico da via Roma a via Latisana.

È ora da capire se queste opere siano o meno autorizzabili.

Partendo dal presupposto che, soprattutto in ambito urbano, le sponde e gli argini fluviali risultano, volenti o nolenti, catastalmente privati, il Codice Civile stabilisce che “Il proprietario può chiudere in qualunque tempo il fondo (cioè la sua proprietà)” (art. 841), ma anche che “Il proprietario di un fondo non può impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno. Egli può sempre opporsi a chi non è munito della licenza. Per l’esercizio della pesca occorre il consenso del proprietario del fondo” (art.842).

Ad una prima e superficiale analisi, parrebbe quindi che tali opere siano regolari. Ciò però contrasta con quanto stabilito dal R.D. 368/1904 che, all’articolo 133, recita: “Sono lavori, atti o fatti vietati in modo assoluto rispetto ai sopraindicati, argini: a) le piantagioni di alberi e siepi, le fabbriche, e lo smovimento del terreno dal piede interno ed esterno degli argini, a distanza minore di metri 2 per le piantagioni, di metri 1 a 2 per le siepi e smovimento del terreno, e di metri 4 a 10 per i fabbricati, secondo l’importanza del corso d’acqua; …”.

Come si può notare, in tale articolo non viene fatta menzione del diritto di proprietà, in quanto la normativa tende a tutelare l’opera idraulica nel suo complesso, indipendentemente dal fatto che il sedime su cui insiste risulti pubblico o privato.

Il problema sta ora nella definizione di “fabbricato”, ovvero il cancello, piuttosto che la recinzione, possono essere considerati “fabbricati”? Se si intende immaginare che il legislatore volesse preservare i corsi d’acqua e le sponde dalla realizzazione di “corpi di fabbrica” infissi stabilmente sul terreno, allora anche i cancelli e le recinzioni possono essere ricompresi in questa definizione.

Esistono a tal proposito diverse sentenze della Corte di Cassazione (20 maggio 1991 nr. 5670; 5 novembre 1990 n. 10608; 21 giugno 1985 n. 3727; 11 marzo 1981 n. 1981; 2 febbraio 1980 n. 735) le quali stabiliscono che col termine “fabbricato” è da intendersi un qualsiasi manufatto che possieda i caratteri della solidità, della stabilità e dell’immobilizzazione rispetto al suolo. Il problema della presenza di opere che di fatto impediscono l’accesso agli argini o alle sponde dei canali, non riguarda solamente i pescatori, bensì affligge gli stessi Enti che devono provvedere alla gestione e manutenzione dei fiumi.

Gli attuali Consorzi di Bonifica hanno ereditato e subìto questa situazione, in quanto fino a poco tempo fa non avevano titolo per esprimersi nei riguardi dei nuovi strumenti urbanistici.

le stesse Amministrazioni, nella redazione dei propri Piani Urbanistici, hanno spesso omesso l’indicazione delle fasce di rispetto fluviale stabilite dalle normative viste (R.D.368/1904 e R.D. 523/1904) ignorando, di fatto, la valenza dei corsi d’acqua dal punto di vista paesaggistico e ambientale.

In tempi recenti, anche a causa degli eventi calamitosi degli ultimi anni, la sensibilità al riguardo è fortunatamente cambiata, portando a comprendere un po’ di più le funzioni geologiche ed ambientali dei corsi d’acqua e del loro valore paesaggistico da ripristinare.

Inoltre, Genio Civile e Consorzi di Bonifica hanno oggi pieno titolo per esprimersi su questi temi, e le Amministrazioni sono più attente a valutare, nella loro pianificazione, le ricadute delle nuove urbanizzazioni sul territorio.

(fine prima parte)

Tratto da:

1)“Relazione Preliminare studio accesso agli argini” PABAT- ass. pescatori Vicenza.

2)“esproprionline.it : Opere su alvei, golene ed argini intestati ai privati. Serve l’esproprio ?”

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2 Comments

  • vittorio scialpi , 11/03/2020 @ 17:33

    E irrilevante ai fini del pubblico interesse se la proprietà dell’argine, risiede su un terreno privato. Infatti alcuni proprietari di terreni in certi casi, secondo la conformazione del terreno e/o del corso fluviale, continuano a coltivare anche oltre l’argine e in prossimità dell’acqua. E’ certamente legale che i terreni in prossimità dell’argine possono essere recintati. Rimane il fatto che l’argine di per se, è un’opera di pubblica utilità assoggettata comunque di fatto al pubblico demanio e/o a uniformarsi alle leggi. Pertanto, il presunto proprietario non può minimamente intervenire su di esse in alcun modo. Qualunque proprietario, ancorchè accatastato e/o confinante, è obbligato a lasciare libero il passaggio per la manutenzione e/o il ripristino dell’argine stesso, compreso il prelievo della sua terra per il rinforzo in caso di piena. E’ altrettanto vietato all’eventuale proprietario privato, impedire l’accesso all’argine attraverso le strade e i viottoli interpoderali che conducono direttamente all’argine. Come pure è vietato recintare il bordo soprastante dell’argine, a maggior ragione se è percorso da un viottolo o una strada campestre. Il concetto è che l’opera intesa come argine, anche se posta su un terreno privato, è di pubblica utilità e, quindi a qualunque titolo, al servizio del Demanio Pubblico e di conseguenza usufruibile secondo gli usi consentiti dalla legge. P.S.: Naturalmente è ovvio che l’accesso all’argine non può avvenire attraverso i terreni privati, ma come già detto unicamente, dagli accessi stradali e campestri esistenti, magari facendo il giro di qualche Kilometro.

  • io , 11/05/2020 @ 13:24

    Il signor Vendrame NON può impedire il passaggio sull’argine in quanto quest’ultimo non è stato da lui costruito. Punto e basta.

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